Chi ha un mestiere, chi no

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«Certo, la mia è una posizione privilegiata: ho un mestiere».

La frasetta buttata lì da Giulia Bongiorno, a spiegare come mai soltanto una dozzina di aspiranti suicidi abbiano votato contro Berlusconi alla direzione del Pdl, getta un fascio di luce sulle dinamiche marce della politica italiana.

No, perché dopo la breve e furiosa ondata di indignazione collettiva contro “la casta”, – un paio d’anni fa – as usual tutto è stato dimenticato: e anzi oggi si passa per demagoghi a ricordare quanto contino, nelle “scelte politiche” dei parlamentari, le vicende personali, il terrore di sparire, l’angoscia di non essere richiamati a Montecitorio o a Palazzo Madama al prossimo giro.

Eppure basta sentirli parlare tra loro, molti dei nostri rappresentanti, per capire quanto l’argomento sia spesso al centro delle loro preoccupate conversazioni: e tu quante legislature hai fatto, ma tu rientri nella vecchia norma sul vitalizio o su quella nuova, e che caspita io con la mia pensione di avvocato non ci faccio nulla, devo resistere almeno altri tre anni.

Piccole, piccole cose, e non tutti sono così, naturalmente. Ma “avere un mestiere” a cui eventualmente ritornare alla fine della propria esperienza politica è diventata una condizione indispensabile per potersi schierare senza paura.

E viene il dubbio che il meccanismo cooptativo – e quindi leccapiedistico – della legge elettorale, il mitico Porcellum, alla fin fine sia stato pensato proprio per questo: per garantire ai padri-padroni dei partiti, Berlusconi in testa, la massima obbedienza dai loro ricattabilissimi onorevoli e senatori.

Quanto questo abbia contato nelle ovazioni e nei fischi di giovedì, e quanto possa contare nei prossimi mesi, Bongiorno purtroppo l’ha solo accennato: ed è un peccato.

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