Sì, tantissimo: come se si vendessero ancora i dischi.

Shared by Max

Anche secondo me il disco dei Baustelle è un gran bel disco…

Ricomincia la settimana lavorativa a Milano. Tornato dal Giappone, vado in giro in motorino: faccio quelle che serenamente possiamo definire delle “commissioni”. Poi passo davanti a Buscemi, uno dei migliori negozi di dischi – per «migliori negozi di dischi» non si intende un bugigattolo con un gestore barbuto che estrae perle di importazione da sotto il bancone, ma un posto in centro, con personale numeroso e preparato, un negozio normale, che deve vendere tante copie dei dischi che vendono tanto per stare in piedi — di Milano.

E passo davanti a Buscemi, quindi, col motorino. Metto la freccia, accosto, pensando che ci sono due dischi che ho ascoltato forsennatamente sull’ipod e voglio comprare. Uno è il disco dei Crookers, l’altro quello dei Baustelle.

Il commesso di Buscemi è un commesso di negozio di dischi, cioè una categoria umana ben precisa, che poco ha a che fare con quegli indicatori bipedi che ci sono in certi megastore supermercatizii. Perché per trovare quelli bravi, per formarli, ci vogliono tempo e attenzione che spesso in certi posti non ci possono essere.

Prendo i dischi e vado alla cassa, dove il mio commesso di riferimento, quello con cui chiacchiero di solito, mi saluta. Gli chiedo come stia andando il disco, se stia vendendo. E lui mi risponde quello che c’è qui sopra, nel titolo. E poi aggiunge «C’è stato tutto. C’è stata l’attesa, e il giorno che è uscito ne abbiamo venduti un botto; poi abbiamo continuato a venderli sempre, e sempre di più. È una delle cose che sta vendendo di più in assoluto. Erano anni non vendevamo un disco in questo modo.»

Adesso la voglia di vomitare in testa a quelli che hanno dato ai Baustelle degli snobbini elitari è forte. Ma cercherò di contenermi e dire quello che penso.

Il grosso problema delle chiacchiere sui dischi e i musicisti che si leggono in rete è che chi parla non spende i soldi per comprare i dischi. Forse prima, prima degli mp3, li spendeva a Natale, ne comprava un po’ nel corso dell’anno, ma non con la continuità e la schiuma alla bocca di chi i dischi li compra dei tempi delle paghette ginnasiali, e non ha mai smesso. Spendere o scaricare non sono la stessa cosa. In quel gesto, nell’acquisto – non parlo di iTunes o supercooldigitalmuzakmarketplace.com, cercate di capire – c’è un’espressione di volontà e scelta che altrove non c’è. La stessa che vale per la moda, per i  viaggi, per i cellulari. Pago per quello che mi piace e in cui mi riconosco.

Il discorso su quello che è pop o non è pop ha preso ultimamente una deriva imbecille, che si muove tra il fenomeno del mi-si-nota-di-più e quello del controsnobismo, per cui si arriva a sostenere che niente che aspiri anche vagamente alla continuità o alla sostanza abbia la forza di Giusi Ferreri. L’imbecillità di questa impostazione ha ragioni storiche, economiche, culturali.

Parte di queste prese di posizione, va detto, è dovuta anche al fatto che quelli di De’ André e compagnia, gli appassionati di cantautori e pesantezze italiane dei Settanta, sono una tale palla al piede che poi uno per reazione dice datemi Rihanna in vena finché non perdo i sensi, e lasciatemi morire qui, per piacere, basta che non mi facciate sentire più della gente che parla di via Paolo Fabbri.

Al di là di tutti questi distinguo, i Baustelle stanno facendo, hanno fatto, una cosa che un tempo era la regola, e adesso viene giudicata l’impossibile utopia di un manipolo di elitarie fighette. I Led Zeppelin, i R.E.M. e Madonna hanno fatto così. I Monkees hanno fatto come Valerio Scanu. Vedete voi chi vi sembra più rilevante, e se vi pare che abbiano guadagnato di più i primi o i secondi. Certo che i numeri sono diversi, come gli intenti, il pubblico, gli investimenti economici e d’immagine. Però il pop funziona così, partendo piano, facendo i rompini, essendo riconoscibili e magari non raggiungibili da tutti, per poi allargare il numero di fan, avere il successo che dura di più, quello per cui i dischi sono dischi e non rischi mortali senza un domani.

I conti si fanno alla fine, insomma. E io penso che non ci sia niente di male se l’industria discografica è in crisi e produce della gente che viene da un talent show. Ma il talent dura mesi di prime serate e fasce giornaliere, costa un monte di soldi, in parte a carico della produzione dello show, in parte a carico dell’etichetta che investe. Il problema è che poi, in genere, spendi 100 per ottenere 110, e quando l’anno dopo esce un altro concorrente da lì, devi rispendere 100 e sperare che tutto vada come deve, per guadagnare 110. La vecchia maniera non è meglio per nostalgia, per snobismo, per elitarismo: la vecchia maniera funziona che spendi 20 e guadagni 2000. Il primo jet privato con sopra il nome ce l’hanno avuto i Led Zeppelin, non i Monkees. La musica è una meravigliosa macchina da soldi proprio per quel motivo lì. Perché, quando gira bene, costa poco e rende tanto, grazie al fatto che lavora sulla più impalpabile e redditizia delle categorie: l’immaginario. Anche se magari ci mette del tempo, anche se magari all’inizio è per pochi.

Che qui poi si potrebbe parlare di dove sia questo disco nelle classifiche, essendo il più funebre e peso della carriera dei Baustelle, di Astral Weeks di Van Morrison e del successo dei dischi tristi, di come al concerto dell’altra sera ci fosse un’intera delegazione di Radio Deejay, della crisi del disco di questi anni e perfino di Daniele Groff. Di tutte queste cose potrebbe, può cantarvi il sottoscritto. Ma un’altra volta. Ché sono qui sulla spiaggia in mezzo ai rifiuti, e a Follonica il wi-fi va e viene.

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