La rabbia, la tigna e la distanza

Ho riletto un post di Sphera di qualche settimana fa.

A me non preoccupa la rabbia, anzi. La rabbia quella adulta, quella che ti fa battere per un ghetto bombardato o difendere a oltranza una città assediata con 20 gradi sotto zero, quella che ti fa andare in montagna quando c’è da andare in montagna. A me preoccupa la rabbia puerile del bambino che quando non riesce a mettere al suo posto il cubetto giallo butta giù tutta la costruzione e la prende a calci per la stanza. E già che c’è picchia la sorellina.
Mi preoccupa la rabbia incontrollata del capriccio, dello strillare e pestare i piedi senza ascoltare ragioni, quella rabbia che è solo il vomito impotente della frustrazione.
Mi preoccupa la frustrazione di chi si crede povero perché non ha la minima idea di cosa sia la povertà, di chi crede che essere poveri sia pagare di più la benzina per la macchinetta o il macchinotto e non andare a piedi perchè non si hanno i soldi per il tram. Di chi crede che la povertà sia far fatica a pagare il mutuo per la villetta a schiera e non vivere in dieci in una stanza senza riscaldamento e acqua. Di chi crede ci si possa considerare poveri potendosi permettere un computer e una connessione ad internet. Mi preoccupa la frustrazione di chi povero non è, e lo sa, ma cova il risentimento bruciante di non essere ricco abbastanza, di non esserlo di più, di non esserlo quanto il suo vicino che, accidenti, lo merita di meno.
Mi preoccupa la mancanza assoluta di rabbia di chi è povero e derelitto per davvero, dei vecchi, di chi non è in grado di leggere una notizia e capirla, di tutti quelli che fanno i lavori duri e sporchi, di tutti coloro che continuano – ancora e sempre di più – a non avere voce. Ma guarda, neanche un tweet.
Non mi preoccupano le prospettive difficili, le cose faticose da realizzare, gli sforzi, le durezze, i conflitti, le privazioni.
Mi preoccupa il pensiero ormai troppo diffuso che le prospettive possano essere facili se gli si dà il nome giusto, che le cose da realizzare siano sempre semplicissime, basta pensarci e avere un po’ di buon senso. Mi preoccupa l’idea che la fatica e la complessità siano ingiustizie, che il mondo ideale sia quello in cui basti pensare a una cosa qualunque per poterla avere: la ricchezza, la giustizia, l’onestà, il potere. Che ci vuole, basta un “mi piace” in più e ce l’abbiamo fatta.
Mi preoccupa chi ancora non distingue tra la leggerezza dell’uccello e quella della piuma.
Non mi preoccupano gli strilli, mi preoccupa il non capire che i capricci di solito finiscono con una sculacciata. Non mi preoccupano i rivolgimenti, mi preoccupa la inconsistente sicumera di chi è sempre convinto che sarà dalla parte vincente della barricata. Non mi preoccupa l’ignoranza, mi preoccupa la presunzione di non aver bisogno di sapere.

L’ho riletto dopo aver passato gli ultimi giorni a ridere scorrendo i tweet del finto account di Casaleggio creato da alcuni di quelli “amici” che ti fanno sperare sempre sulle qualità del genere umano.

Dopo aver visto i risultati delle ultime elezioni politiche, mi è uscito un commento in cui tuttora – quotidianamente – mi riconosco:

 

Forse c’è una correlazione tra questi stranì appunti raccolti in giro per la rete (e meno male che esiste la rete…). Anche se ancora non la so. Sperò però che le identità e le distanze tra individui che si vanno a disporre in questi mesi non siano definitive.

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