Una costante corsa contro la solitudine e la fatica

Mi piace la bicicletta. Quel suo essere strumento per muoversi più velocemente, sfruttando esclusivamente un po’ di meccanica e la forza fisica di chi sceglie di salirci sopra; quel suo essere in grado di farti sentire un giorno un treno, per come ti muovi silenzioso e liscio, e poi il giorno dopo una lumaca incollata a terra, per colpa di una misera gomma sgonfia; quel suo essere mezzo di trasporto che ti sposta senza lasciare avanzi e scorie che non siano quelle che ti rimangono nelle gambe.

Mi piacciono le gare in bicicletta: i paesaggi, le storie, le tattiche, le relazioni, le strategie, i tentativi; il fatto che vinca uno solo, sapendo che senza la squadra arriverebbe ultimo; il fatto che chi vince e chi perde hanno fatto le stesse cose, solo che uno le ha fatte un po’ più velocemente; il fatto che il pubblico tifa per uno solo, ma incita tutti.

Mi piacciono i ciclisti. Esseri umani che scelgono di spingere la propria forza fisica e mentale sempre una pedalata oltre al proprio limite; persone che accudiscono il proprio corpo con attenzione, che ascoltano ogni segnale, che lo abituano a dare il meglio. Uomini e donne che corrono contro la solitudine e la fatica.

La fatica di salire per chilometri e chilometri, con le gambe che si crepano e un solo pensiero in testa: “Lassù, ci arrivo prima io”. La fatica di provare a piegare un ginocchio che è stato per quattro mesi immobile, avvolto di ferri e gesso. La fatica di farlo di nuovo. La fatica di farlo di nuovo ancora. La fatica di svegliarsi, vestirsi, uscire in bicicletta nel freddo e nella nebbia per preparare una cosa che accadrà – forse – sette mesi dopo. La fatica di fare quello che tutti si aspettano da te, proprio nel momento in cui tutti se lo aspettano e fare sì che chi deve essere felice di questo possa esserlo, e chi deve cercare di impedirtelo non ci riesca.

E poi c’è la solitudine. La solitudine di fare quello che tutti si aspettano da te, proprio nel momento in cui tutti se lo aspettano. Quella del sentire che qualcosa non va, ma tutta quella strada devi farla comunque. La solitudine delle retrovie nell’invisibilità agli occhi di tutti e quella del palco dove tutti ti si fanno amici. La solitudine dell’essere da soli, in uno squallido residence di una città che è divertente solo per tre mesi l’anno, la notte di San Valentino.

Dieci anni fa smetteva di correre un uomo che ha entusiasmato come nessuno e che ha sbagliato come tanti. Uno a cui in vita mia è capitato due volte di passargli da bere. La prima volta – lui faceva il ciclista in allenamento e io il tifoso sorpreso da tanta fortuna – una bottiglia d’acqua in cima a una salita a pochi chilometri da casa mia. La seconda volta – lui faceva l’ex ciclista che si divertiva con gli amici ed io il cameriere da discoteca – un quantitativo di rum che avrebbe dissetato tutta la carovana del Tour. Uno che tutte le volte ci provava, in ogni cosa, senza pensare che poteva non riuscire: altrimenti, non è veramente provarci. Uno che ha tentato sempre di battere la solitudine e la fatica, senza accorgersi che forse è impossibile riuscirci.

Forse tutto questo ci piace e ci emoziona ancora, ci unisce e ci appassiona, proprio perché assomiglia alla vita: una costante corsa contro la fatica e la solitudine.

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